L'invasione italiana in Francia

Una lettera al ministro Mussi dai ricercatori emigrati

di Tommaso Castellani

Di lettere sulla situazione della ricerca italiana il ministro Mussi ne riceve probabilmente a palate. Quest'ultima non è però la solita richiesta generica di aumentare i fondi alla ricerca e ad averla scritta non sono ricercatori precari ma i vincitori dei prestigiosi posti di ricercatore a tempo indeterminato banditi ogni anno dal CNRS francese (l'equivalente del nostro CNR). Ci è parsa non solo ben argomentata e documentata, ma insolitamente concreta.
Sono talmente tanti i ricercatori italiani che hanno partecipato ai concorsi del CNRS, vincendo la gran parte dei posti per quanto riguarda matematica e fisica, che in Francia ormai tutti parlano di "invasione italiana". Che cosa sta succedendo alla ricerca nel nostro paese?
La lettera, che vi invitiamo a leggere, illustra le varie anomalie del sistema della ricerca italiana, una delle quali è la totale assenza di ricercatori stranieri. Il problema centrale è secondo i firmatari la mancanza di mobilità:
Negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia, uno studente laureato in una università spesso cambia sede per il dottorato. Una volta dottorato, va a fare un post-doc all'estero o comunque in una sede diversa, e cambia istituto ad ogni post-doc successivo. L'idea è che il giovane ricercatore, durante la sua formazione, debba entrare in contatto con il maggior numero possibile di persone, di metodi, di idee, con l'obiettivo di diventare autonomo e potersi quindi candidare per un posto 'permanente'. Il posto permanente viene visto come il compimento di questo percorso, e si suppone quindi che a questo punto il ricercatore sia autonomo e in grado di guidare un gruppo di ricerca, seguire studenti, avere dei propri fondi da gestire, eccetera. Uno studente che abbia fatto il post-doc nella stessa sede dove si è dottorato è molto mal visto: si suppone che sia troppo legato al proprio supervisore di tesi, e non sia quindi sufficientemente autonomo. In Italia, invece, accade l'esatto contrario: ci si laurea in una sede dove si svolge anche il dottorato, e si comincia poi a prendere assegni di ricerca, uno dopo l'altro, sempre nello stesso posto, sempre con lo stesso docente di riferimento. Raramente, si fa un post-doc all'estero, o un dottorato in cotutela: ma spesso in un istituto che abbia buoni rapporti con quello di origine, e seguiti da un docente amico o collaboratore del proprio 'capo'. Di fatto, come è ben noto, in Italia ci si mette in 'coda'. Ogni professore universitario o direttore di istituto di ricerca ha la propria 'coda' di studenti, in fila per un posto permanente. La mobilità è bassa perfino all'interno della coda! Vige il criterio di anzianità, e se uno studente più giovane viene assunto prima di uno più anziano, si creano tensioni e attriti molto forti. E come potrebbe non essere così, visto che tutti si conoscono alla perfezione e lavorano insieme da molti anni?.
Il primo effetto deleterio di questo sistema di code è naturalmente quello di non selezionare gli studenti in base al merito, mentre negli altri paesi si incentra l'intero sistema di reclutamento sulla certezza di avere i migliori in tutti i posti disponibili. Ma c'è anche il fatto di scoraggiare la collaborazione tra gruppi di ricerca diversi: chi lo fa viene spesso accusato di "tenere il piede in più staffe". Sono verità scomode da rendere note ma che la maggior parte di coloro che fanno ricerca in Italia ha sperimentato sulla sua pelle.
Dopo l'analisi di vari altri aspetti del problema, la lettera si conclude con alcune proposte. Aumentare i fondi alla ricerca è sicuramente importante, ma soprattutto è importante che i soldi vengano spesi bene. Per questo l'obiettivo è prima di tutto eliminare il sistema delle "code", incentivando in diversi modi la mobilità in corrispondenza degli avanzamenti di carriera. La mobilità potrebbe diventare secondo i firmatari anche un criterio di valutazione in sede di concorso, per esempio tenendo conto non solo del numero e della qualità delle pubblicazioni ma del numero di gruppi di ricerca diversi con cui il candidato ha lavorato e delle collaborazioni che ha stabilito. I firmatari della lettera raccomandano di
evitare assolutamente stabilizzazioni straordinarie e reclutamenti di massa, che non fanno altro che alimentare il sistema delle code e il precariato, esattamente per lo stesso motivo per cui i condoni fiscali alimentano l'evasione e i condoni edilizi alimentano l'abusivismo.
Vi invitiamo a leggere il testo della lettera, che auspica l'apertura di un dibattito su questi temi e la formulazione di numerose altre proposte.
Leggi la lettera (pdf)

Partecipate al dibattito scrivendo a stanza33@formascienza.org